I Paesi convocano gli ambasciatori. L’Idf si scusa: «Hanno seguito un altro percorso»
DALLA NOSTRA INVIATA TEL AVIV – Il primo a postare il video che parla di «spari contro la delegazione di diplomatici» a Jenin è il ministero degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese. Sotto il breve filmato di uomini e donne della delegazione che cercano riparo dietro le auto blindate, si legge una lunga dichiarazione di condanna. Che dice questo: «È stato commesso un atroce crimine dalle forze di occupazione israeliane, che hanno deliberatamente preso di mira con armi da fuoco una delegazione diplomatica accreditata presso lo Stato di Palestina durante una visita sul campo nel Governatorato di Jenin».
E ancora: «Questo atto deliberato e illecito costituisce una palese e grave violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali delle relazioni diplomatiche sanciti dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961» e «riflette il sistematico disprezzo dell’occupazione israeliana per le norme e gli obblighi che regolano le relazioni interstatali e sottolinea la radicata impunità con cui continua a operare».
Non ci è voluto molto perché quel video e quel commento facessero il giro del mondo. E così nell’arco di qualche ora gran parte dei Paesi a cui appartenevano i circa trenta delegati — fra gli altri Egitto, Giordania, Marocco, Unione Europea, Cina, Austria, Brasile, Turchia, Spagna, Russia, Canada, Francia, Regno Unito… — hanno chiesto spiegazioni per via diplomatica. Il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato fra i primi. Dopo aver sentito al telefono la premier Giorgia Meloni ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore israeliano in Italia. Una mossa — è stato fatto trapelare — valsa a mettere sul tavolo come argomento non solo quello che era appena successo a Jenin, dov’era presente un nostro diplomatico, ma anche la drammatica situazione nella Striscia di Gaza.
Ma davvero l’Idf, cioè le Forze di sicurezza israeliane, hanno sparato contro la delegazione? La versione che arriva dai militari è decisamente diversa, per quanto possa essere considerata ugualmente grave e letta come azione intimidatoria verso diplomatici. I militari di Netanyahu in sostanza dicono questo: i militari hanno sparato, è vero. Ma nessuno ha puntato l’arma contro la delegazione, dicono. Si sarebbe trattato invece di spari di avvertimento perché ai diplomatici in visita era stato indicato un certo percorso da seguire e invece «ne hanno seguito un altro entrando in un’area dove non erano autorizzati ad andare e che è considerata zona di combattimento».
Il generale Yaki Dolf, ha fatto saper di aver immediatamente avviato un’indagine sull’accaduto e inoltre, il generale Hisham Ibrahim, capo dell’amministrazione civile della Difesa, ha ordinato a suoi ufficiali di contattare i rappresentanti dei Paesi coinvolti. Sarà lo stesso generale a parlare personalmente, entro breve, ai diplomatici coinvolti in questa storia «per informarli dei risultati dell’inchiesta».
La risposta dell’esercito, che ha aggiunto allo scenario anche le sue scuse formali («L’Idf si rammarica per l’inconveniente causato», dicono i militari in una nota diffusa dal Times of Israel) voleva esser un modo per disinnescare polemiche e strascichi diplomatici. Ma non pare aver sortito l’effetto desiderato. Anche perché dai delegati coinvolti nell’episodio non arriva nessuna conferma sul «cambio di percorso». Anzi: la loro versione è che non hanno mai messo piede all’interno dell’area controllata di Jenin. Anche il nostro viceconsole di Gerusalemme, Alessandro Tutino, come gli altri racconta che «nessuno dei delegati in nessun momento» degli incontri programmati è mai entrato nel campo. Si è svolto tutto «in prossimità dell’ingresso», mai dentro.
Quindi di quale percorso parlano i militari dell’Idf? Della loro versione pare invece più verosimile il fatto che non abbiamo sparato addosso a nessuno, e la percezione di non essere nel mirino devono averla avuta anche i diplomatici, benché siano fuggiti tutti verso le loro auto blindate. Una donna fra loro è diventata oggetto di commenti al veleno sui social di profili israeliani perché la si vede mentre si nasconde dietro un muro e sorridere, senza mostrare segni di spavento.
